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Libro degli Ospiti
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Messaggi presenti: 596 - Pagina 91 di 120
   Messaggio inviato il 21/05/2010 alle ore 14:15:54
Abitare in montagna:
perché ci siamo nati e la nostra famiglia ci vive da sempre o perché, realizzando il sogno accarezzato durante ogni vacanza, abbiamo scelto di lasciare per sempre la città. Nel primo caso forse ci coglie talvolta il desiderio di avere a portata di mano tutti quei prodotti urbani (negozi, cinema, musei, novità) che quassù non ci sono. Nel secondo caso, probabilmente, ci siamo resi conto che non sempre utilizziamo tutto quello che abbiamo a portata di mano e che si può vivere, e anche meglio, con ritmi meno incalzanti. Pur nella molteplicità di situazioni (abitare in montagna non è soltanto una necessità o una scelta, può anche essere un ritorno alla natura; al contrario, a volte può essere una necessità andarsene dalla montagna), è possibile stilare un doppio elenco dei vantaggi e degli svantaggi della montagna rispetto alla città e viceversa.
Primo elenco, i vantaggi della montagna: tranquillità, aria pulita, paesaggi incantevoli, contatto con la natura, insediamenti costruiti a misura d'uomo, facilità di rapporti sociali, cibi genuini, culto delle tradizioni… ma anche i risvolti negativi: scarse opportunità di lavoro, difficoltà di comunicazioni fisiche con gli altri centri abitati, infrastrutture ridotte per quanto riguarda la sanità, l'istruzione e la cultura, rischio di sentirsi fuori del mondo in certi giorni di novembre quando il buio arriva prestissimo e già la nebbia nasconde tutto…
Secondo elenco, i vantaggi della città: lavoro e scuola a portata di… macchina o autobus, cinema e ritrovi (per chi ha ancora la forza di uscire di nuovo dopo una giornata di lavoro…), vetrine da guardare e negozi in cui comprare cose di cui per lo più non abbiamo bisogno, presenza avvertibile del mondo che esiste e pulsa intorno a noi in ogni stagione dell'anno e in ogni ora del giorno e della notte per non farci sentire mai soli…
Ma se questi sono i vantaggi (forse visti in maniera un po' critica) della città, esistono inevitabilmente gli svantaggi: inquinamento atmosferico e acustico, tempi di percorrenza più o meno elevati da mettere in conto per ogni spostamento, estraneità di quello che pure viene definito vicinato, microcriminalità diffusa, stress da rientro ogni volta che ci concediamo un week-end fuori porta.
Rispetto a qualche decennio fa, la situazione sembra addirittura peggiorata: i parcheggi sono diventati introvabili, le condizioni di sicurezza sono diminuite e le distanze aumentano con l'espandersi delle periferie.
La montagna, al contrario, ha guadagnato punti: con la televisione e con Internet ormai si è collegati con il mondo intero, le strade sono tutte asfaltate e per nascere non c'è più bisogno della levatrice del paese ma si ricorre all'ospedale attrezzato della città (è poi giusto che non ci sia più nessuno che si trovi segnato sul documento, come luogo di nascita, il nome di un paese?).
La montagna non è comunque uguale dappertutto ma, così come esistono piccole e grandi città, presenta anche luoghi profondamente diversi: dai paesi isolati, raggiungibili solo a piedi e magari pure sprovvisti di energia elettrica, agli insediamenti piccoli e scarsamente serviti, alle quasi-città (vedi Cortina )
Denominatore comune è la maggior criticità dell'ambiente, sotto il profilo della sicurezza. Piogge che altrove determinano soltanto il fastidio di dover uscire con l'ombrello, in montagna possono rapidamente provocare l'ingrossamento dei corsi d'acqua, con ripercussioni sulla viabilità e rischi di smottamento dei pendii; qui le nevicate, proprio quelle che auspichiamo a ogni Natale, si portano dietro il pericolo delle valanghe. E sappiamo che, per quanto l'uomo si sia già da tempo attivato con i più ingegnosi sistemi di difesa attiva e passiva, il fattore rischio non è mai stato eliminato e non è eliminabile del tutto, neanche con le tecniche più sofisticate.
Ma quanto più lo spazio è fragile, tanto più è forte il senso di coesione sociale: la cultura della montagna, che implica stili di vita e valori profondamente diversi da quelli propri della città, accomuna tutti quelli che hanno la consapevolezza di vivere da sempre e comunque in un ambiente difficile per cui (in caso di emergenza) si è subito pronti a darsi una mano perché ci si conosce tutti e la solidarietà è un sentimento innato.
L'alluvione dello scorso ottobre lo ha ampiamente dimostrato. E in montagna è soprattutto diversa la dimensione del tempo e la percezione delle stagioni. In città, con la luce artificiale che rende le notti simili al giorno, con la scarsità del verde che scandisce, al variare stagionale della vegetazione, i periodi dell'anno, la vita scorre e si perde in una serie di giorni sempre uguali e regolati da ritmi artificiali.
In montagna, terra di cieli liberi e tempi liberati, la natura (se pur talvolta matrigna) ci permette di contemplare e partecipare allo svolgersi delle stagioni, da quando il candido totale mantello di neve cede il posto ai primi fiori profumati e poi al verde rigoglioso di prati e boschi fino all'esibirsi di una coltre di foglie dorate che poi un vento gelido spazza via preannunciando il nuovo inverno.
Vivere in montagna non è quindi necessariamente un handicap o un ripiego: è piuttosto una scelta diversa, che implica una profonda e totale adesione a valori che si propongono in sé come diversi da quelli della cultura urbana. L'importante è capire che la cultura urbana non rappresenta il modello cui tendere, ma che anzi è compito delle culture minoritarie conservare la loro identità e vitalità per mantenere possibili e aperte a chiunque delle scelte alternative.
Lo Schema di Sviluppo Spaziale della Comunità Europea (SSSE, più noto con la sigla SDEC) propone inoltre un nuovo traguardo: l'alleanza tra città e campagna, tra aree forti e aree deboli, proprio partendo dalla considerazione che uno sviluppo territoriale equilibrato e durevole deve muovere dalla differenziazione e integrazione delle risorse e delle funzioni. Un invito quindi a mantenere e valorizzare le diversità e ad intenderle come occasioni di sviluppo autonomo, in un quadro non di concorrenza ma di cooperazione nell'armonizzare l'uso delle risorse che ciascuno è in grado di mettere in campo.

Utente anonimo
   Messaggio inviato il 20/05/2010 alle ore 14:53:44
Cari "Codons"
cosa possiamo organizzare per questi mesi estivi:
-fare incontri su passato e futuro di Oltris ;
-organizzare una festa;
-facciamo proiezioni di film all'aperto
-vediamo i mondiali maxi schermo
-organizziamo pulizia sentieri

organizziamoci , ognuno dica la sua e magari ci incontriamo a fine maggio nella baita

Utente anonimo
   Messaggio inviato il 10/05/2010 alle ore 10:46:08
Carabiniere vs Computer

Un carabinire si dirige verso la cassetta delle lettere, guarda dentro, richiude la porticina e rientra in casa. Qualche minuto dopo, esce di nuovo, va davanti alla cassetta delle lettere, ci guarda dentro, richiude la poticina, e rientra in casa. Il carabiniere ripete più volte questa sequenza fino a quando un vicino, che l'aveva visto, gli chiede incuriosito:"Dovrete attendere una lettera o un pacchetto molto importante oggi!" Ed il carabiniere:"No, è quel maledetto computer che mi dice sempre che c'è della posta per me!".

Malfunzionamenti auto

Due carabinieri sull'auto di servizio. Uno dice all'altro:"Credo che la freccia posteriore destra non funzioni bene...Scendi e controllala". L'altro carabiniere scende e si mette dietro l'auto. L'altro al volante gli chiede:"Allora? Funziona ora?" E quello da dietro risponde:"Ora si, ora no, ora si, ora no..."

Un carabiniere dice al commissario: attento a quel cemento Commissario: perchè Carabiniere: è armato

Utente anonimo
   Messaggio inviato il 10/05/2010 alle ore 09:16:48
Historia magistra vitae.
La saggezza dei latini, padri della nostra cultura, ci viene in soccorso in questo momento in cui si è aperto uno sterile dibattito sull’opportunità o meno di celebrare una data rilevante per la nostra storia nazionale. La storia non si fa con i se o con i ma e neppure rileggendo politicamente, con gli occhi dell’ideologia, un periodo storico. Certamente la cosa più difficile è trascinare fuori dal dibattito storiografico, così caricato di visione di parte, la lettura degli eventi della vita di un popolo che normalmente giunge ai posteri scritta dai vincitori. La storia d’Italia è piena di letture forzate, di lacerazioni insuperate e probabilmente di tanta ignoranza che forse impediscono una serenità di adesione a quelli che dovrebbero essere i momenti di condivisione nazionale. E’certamente più difficile quanto più vicino è il momento storico a cui ci si riferisce, soprattutto se non si è fatta la giusta opera di analisi, di conoscenza, se vi
sono ancora pagine in ombra o negate, ma questo appare meno problematico quando si legge il trascorso del nostro popolo a distanza nel tempo. La storiografia ufficiale riconosce il 1861 come data della costituzione dello Stato Italiano e quindi dell’Unità politica d’Italia e questo va non solo conosciuto ma riconosciuto in particolare dalle istituzioni. Il Risorgimento fu un periodo di straordinaria vivacità culturale, sociale e politica. La feconda produzione letteraria, artistica, filosofica forma l’ossatura della nostra cultura nazionale e moderna ed ebbe, nel proprio
contemporaneo, un rilievo nei moti insurrezionale, nelle scelte della diplomazia italiana ed europea, nella formazione degli stati nazionali, per come li conosciamo ancora oggi e non può non essere conosciuta e celebrata. Pena una profonda ignoranza individuale, collettiva ed istituzionale. Il Risorgimento italiano venne certamente caricato di significato mitopoietico per la formazione di una coscienza nazionale, del senso di appartenenza al popolo italiano, ma altrettanto certamente e sotto l’aspetto più razionale e meno romantico, questo sentimento di italianità preesisteva al 1861 ed anzi lo determinò. Fu un fermento di italianità quella che portò borghesi ed aristocratici, militari e poeti, contadini e professori a combattere le cinque giornate di Milano che videro issati i tricolori in tutta la città e bruciate le case per impedire agli austriaci di rientrare nonostante la resa piemontese, o a partire in Mille da Quarto e vedere crescere le fila di “picciotti” e nobili siciliani uniti alle truppe di Garibaldi. Fu un sentimento di italianità quello che portò il piemontese Carducci, il veneziano Foscolo, il vicentino Zanella, il milanese Pellico a scrivere pagine straordinarie di letteratura patriottica. Fu un sentimento diffuso di italianità quello che fece diventare il grandissimo maestro Giuseppe Verdi simbolo per i patrioti d’Italia che scrivevano sui muri delle città “VIVA V.E.R.D.I.”diventato acronimo di Viva Vittorio Emanuele re d’Italia cantando l’aria del Nabucco “Và Pensiero sull’ali dorate”contro l’invasore austriaco per la loro amata Italia. Ed insieme animavano il dibattito filosofico e politico Gioberti, D’Azeglio, Confalonieri, Cattaneo, Cavour, Mazzini, liberali e neo guelfi, repubblicani e monarchici, federalisti e unionisti tutti nel nome dell’Italia. Si incendiavano con fogli clandestini e dibattiti carbonari gli animi di Milano, Venezia, Modena, Genova, Napoli, Catania, Palermo e la pontificia Roma. Questo fu il Risorgimento che già nella sua definizione tratta di una rinascita di un sentimento, di una tradizione che già era presente nella penisola italica. Quella latina, quella medievale, quella descritta da Dante e dai grandi poeti della lingua italiana che concorsero a comporre l’identità nazionale. E’quella identità che ci fa riconoscere nella nostra storia senza fratture o cesure, senza “salti”o rimozioni e che deve vederci consapevoli ed orgogliosi di quale straordinario patrimonio culturale siamo depositari. Ricordare l’Unità d’Italia pertanto non deve portare ad un dibattito sulla qualità della organizzazione statuale, ma a conoscere e celebrare una storia, la nostra, quella che ha portato ad avere un profondo senso di amore per la Patria. Un senso di appartenenza che sfilerà ancora una volta a Bergamo, città di confine della serenissima Repubblica, città della repubblica Cispadana (che rimosse i simboli veneti), città del nord per definizione, che si riempirà di tricolori e di italianità. Non si può discutere o spiegare cosa è l’Amore di Patria, ma come tutti i sentimenti è un fatto di educazione. Ci si educa alla conoscenza e al rispetto dei valori, della storia, degli eroi, dei sacrifici che hanno portato uomini a credere e combattere per l’Italia, per essere popolo che si riconosce nelle proprie radici comuni e guarda ad un orizzonte di comune destino. E’quella educazione che si forma leggendo le liriche dei grandi poeti come le lettere dal fronte di soldati e ufficiali, piene di nostalgia di casa e di senso del dovere per la Patria, quella della valorizzazione di luoghi simbolo dell’Unità d’Italia dal Grappa al Piave, come dei monumenti ai caduti presenti in ogni, anche più piccolo, comune della nostra terra, quella che ci fa sentire vicini a fratelli lontani partiti emigranti, italiani più di noi, quella che ci fa rispettare chi veste una divisa ieri, come oggi. Quella che io sento nel cuore quando vedo sventolare un tricolore nel cielo a Bassano del Grappa, ad Asiago come a Bergamo ieri. Per amor di Patria!

Utente anonimo
   Messaggio inviato il 08/05/2010 alle ore 18:27:27
Domani domenica 9 maggio gli Alpini di Ampezzo sfilano a Bergamo.

Evviva gli Alpini!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!1


Loris Del Pin

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