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Libro degli Ospiti
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Messaggi presenti: 593 - Pagina 91 di 119
   Messaggio inviato il 10/05/2010 alle ore 09:16:48
Historia magistra vitae.
La saggezza dei latini, padri della nostra cultura, ci viene in soccorso in questo momento in cui si è aperto uno sterile dibattito sull’opportunità o meno di celebrare una data rilevante per la nostra storia nazionale. La storia non si fa con i se o con i ma e neppure rileggendo politicamente, con gli occhi dell’ideologia, un periodo storico. Certamente la cosa più difficile è trascinare fuori dal dibattito storiografico, così caricato di visione di parte, la lettura degli eventi della vita di un popolo che normalmente giunge ai posteri scritta dai vincitori. La storia d’Italia è piena di letture forzate, di lacerazioni insuperate e probabilmente di tanta ignoranza che forse impediscono una serenità di adesione a quelli che dovrebbero essere i momenti di condivisione nazionale. E’certamente più difficile quanto più vicino è il momento storico a cui ci si riferisce, soprattutto se non si è fatta la giusta opera di analisi, di conoscenza, se vi
sono ancora pagine in ombra o negate, ma questo appare meno problematico quando si legge il trascorso del nostro popolo a distanza nel tempo. La storiografia ufficiale riconosce il 1861 come data della costituzione dello Stato Italiano e quindi dell’Unità politica d’Italia e questo va non solo conosciuto ma riconosciuto in particolare dalle istituzioni. Il Risorgimento fu un periodo di straordinaria vivacità culturale, sociale e politica. La feconda produzione letteraria, artistica, filosofica forma l’ossatura della nostra cultura nazionale e moderna ed ebbe, nel proprio
contemporaneo, un rilievo nei moti insurrezionale, nelle scelte della diplomazia italiana ed europea, nella formazione degli stati nazionali, per come li conosciamo ancora oggi e non può non essere conosciuta e celebrata. Pena una profonda ignoranza individuale, collettiva ed istituzionale. Il Risorgimento italiano venne certamente caricato di significato mitopoietico per la formazione di una coscienza nazionale, del senso di appartenenza al popolo italiano, ma altrettanto certamente e sotto l’aspetto più razionale e meno romantico, questo sentimento di italianità preesisteva al 1861 ed anzi lo determinò. Fu un fermento di italianità quella che portò borghesi ed aristocratici, militari e poeti, contadini e professori a combattere le cinque giornate di Milano che videro issati i tricolori in tutta la città e bruciate le case per impedire agli austriaci di rientrare nonostante la resa piemontese, o a partire in Mille da Quarto e vedere crescere le fila di “picciotti” e nobili siciliani uniti alle truppe di Garibaldi. Fu un sentimento di italianità quello che portò il piemontese Carducci, il veneziano Foscolo, il vicentino Zanella, il milanese Pellico a scrivere pagine straordinarie di letteratura patriottica. Fu un sentimento diffuso di italianità quello che fece diventare il grandissimo maestro Giuseppe Verdi simbolo per i patrioti d’Italia che scrivevano sui muri delle città “VIVA V.E.R.D.I.”diventato acronimo di Viva Vittorio Emanuele re d’Italia cantando l’aria del Nabucco “Và Pensiero sull’ali dorate”contro l’invasore austriaco per la loro amata Italia. Ed insieme animavano il dibattito filosofico e politico Gioberti, D’Azeglio, Confalonieri, Cattaneo, Cavour, Mazzini, liberali e neo guelfi, repubblicani e monarchici, federalisti e unionisti tutti nel nome dell’Italia. Si incendiavano con fogli clandestini e dibattiti carbonari gli animi di Milano, Venezia, Modena, Genova, Napoli, Catania, Palermo e la pontificia Roma. Questo fu il Risorgimento che già nella sua definizione tratta di una rinascita di un sentimento, di una tradizione che già era presente nella penisola italica. Quella latina, quella medievale, quella descritta da Dante e dai grandi poeti della lingua italiana che concorsero a comporre l’identità nazionale. E’quella identità che ci fa riconoscere nella nostra storia senza fratture o cesure, senza “salti”o rimozioni e che deve vederci consapevoli ed orgogliosi di quale straordinario patrimonio culturale siamo depositari. Ricordare l’Unità d’Italia pertanto non deve portare ad un dibattito sulla qualità della organizzazione statuale, ma a conoscere e celebrare una storia, la nostra, quella che ha portato ad avere un profondo senso di amore per la Patria. Un senso di appartenenza che sfilerà ancora una volta a Bergamo, città di confine della serenissima Repubblica, città della repubblica Cispadana (che rimosse i simboli veneti), città del nord per definizione, che si riempirà di tricolori e di italianità. Non si può discutere o spiegare cosa è l’Amore di Patria, ma come tutti i sentimenti è un fatto di educazione. Ci si educa alla conoscenza e al rispetto dei valori, della storia, degli eroi, dei sacrifici che hanno portato uomini a credere e combattere per l’Italia, per essere popolo che si riconosce nelle proprie radici comuni e guarda ad un orizzonte di comune destino. E’quella educazione che si forma leggendo le liriche dei grandi poeti come le lettere dal fronte di soldati e ufficiali, piene di nostalgia di casa e di senso del dovere per la Patria, quella della valorizzazione di luoghi simbolo dell’Unità d’Italia dal Grappa al Piave, come dei monumenti ai caduti presenti in ogni, anche più piccolo, comune della nostra terra, quella che ci fa sentire vicini a fratelli lontani partiti emigranti, italiani più di noi, quella che ci fa rispettare chi veste una divisa ieri, come oggi. Quella che io sento nel cuore quando vedo sventolare un tricolore nel cielo a Bassano del Grappa, ad Asiago come a Bergamo ieri. Per amor di Patria!

Utente anonimo
   Messaggio inviato il 08/05/2010 alle ore 18:27:27
Domani domenica 9 maggio gli Alpini di Ampezzo sfilano a Bergamo.

Evviva gli Alpini!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!1


Loris Del Pin

Loris Del Pin
   Messaggio inviato il 08/05/2010 alle ore 17:15:15
RAMMENTATE GENTE RAMMENTATE SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO

Utente anonimo
   Messaggio inviato il 08/05/2010 alle ore 10:59:04
Domani la festa della Mamma
La persona che per prima ti abbraccia quando vieni al mondo, la persona che ti ha dato la vita, la persona che ti amerà sempre e non ti abbandonerà mai, il nome che pronunci per primo quando inizi a parlare quasi a ringraziare di tutto quello che ha fatto e farà per te...Mamma, sei il nostro tesoro. Auguri

F,A,G
   Messaggio inviato il 07/05/2010 alle ore 14:27:21
Le mie origini
Sono nato nel 1951 piccolo paesino di montagna della Carnia, vivevo con i miei nonni ed i miei genitori a Oltris .
Miei nonni : Le mie famiglie di origine erano da parte materna quelli di “Place”, da parte paterna quelli di “Perin”, peccato che questi sopranomi siano andati in disuso era un vero modo di identificare il ceppo famigliare da cui una persona arrivava.
Da parte materna nonno Tobia, fumava la pipa e quando beveva un goccio di grappa poi lo strofinava nei pochi capelli rimasti mia nonna Adele , non ho ancora oggi capito perché la chiamavo zia , era una vera nonna e stata per me una grande insegnante di vita. Sempre vestita di nero sempre con i capelli raccolti sotto un fazzoletto nero. Quando ormai sposato ad Ampezzo venivo a Oltris ogni volta mi dava la benedizione anche se non mi fermavo a salutarla sapeva riconoscere il motore della macchina e diceva “ brut mus tu pasis dret”. Da parte paterna mio nonno “Cec” anche lui grande uomo fumava trinciato forte e per la carta usava quella in mezzo dei sacchi di cemento, ha fatto 9 anni paralizzato a letto ed è stata una persona umile ed intelligente. Mia nonna Giovanna anche lei mingherlina vestita sempre di scuro con fazzoletto in testa ha saputo mandare avanti la casa con le sue sante mani e con le poche risorse che riceveva dalla mucca e dalla terra.
La vita che grazie ai miei nonni ho conosciuto, era quella dei montanari, dei contadini, degli agricoltori di montagna, della gente povera di soldi ma non di virtù. Vivevo in case tuttora agibili costruite attorno al 1780 con la stalla vicino alla casa . La stalla era ancora parte integrante del sostentamento della famiglia, anche se i tempi stavano cambiando, ho avuto la grande fortuna di assistere e di assaporare giornate di altri tempi, i ritmi erano quelli naturali, delle stagioni, delle lune. In primavera si piantava l’orto e si metteva il campo, le patate e i fagioli erano importanti in quei tempi, poi veniva il momento della fienagione, bisognava portare a casa il fieno che si trasportava rigorosamente sulle spalle che sarebbe servito a sfamare le mucche per tutto l’inverno. Il primo taglio era la “cultura”, seguito dal “ortiul””, ma già quest’ultimo stava sparendo, oggi nessuno lo taglia più, ad essere sincero, oggi nessuno fa’ più un sacco di cose, ma questa è altra storia. Tutto il lavoro veniva fatto a mano a quei tempi non c’era la possibilità di avere mezzi motorizzati.
Questi sembrano ricordi di fantascienza ma siamo negli anni 50/60 pensate un po’ che cambiamento rispetto ad oggi.

Giovannino Bearzi

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