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Storie e Leggende
La leggenda dei Pagani

Anticamente quando Oltris era solo un piccolo nucleo di capanne sul Monte Sampin (Zampin) vivevano due giovani sposi: Macò e Cjalada.
Durante il giorno pascolavano il gregge sul fianco della montagna ed alla sera si rifugiavano in antri oscuri. La loro vita trascorreva tranquilla ma, desiderando ardentemente un figlio, un giorno pregarono più intensamente, presero l'agnello più bello che possedevano e, su un altare improvvisato, lo sacrificarono al Genio dei pascoli. Durante il sacrificio si udì una voce che li riempì di gioia avendo capito che il loro desiderio stava per esaudirsi.

All'alba di un giorno del maggio seguente venne alla luce un bimbo. Alla festa che ne seguì volle partecipare anche il Genio dei pascoli e portò loro in dono un culla d'oro.
Cjalada non era però soddisfatta: voleva che il figlio fosse ancora più bello e così, all'insaputa del marito scese verso Oltris dove scorse un grazioso fanciullo. Si avvicinò, depose il figlio, prese in braccio l'altro bimbo e si allontanò tra il pianto e le urla del figlio abbandonato.
Un urlo poderoso arrivò dalla cima del monte e Cjalada, intuendo quello che poteva capitare, ritornò sui suoi passi, riprese la sua creatura e liberò l'altro bimbo (la leggenda vuole che il colle dove si svolse questo fatto porti da allora il nome Salvans).
Il Genio però volle impartire un castigo: privò la coppia del figlio e si riprese la culla d'oro.
Macò divenne muto dal dolore e Cjalada fuggì gridando fino a fermarsi sul fianco del monte Sampin e si sciolse letteralmente in lacrime dando vita al rio omonimo.


Qualche tempo dopo gli abitanti di Oltris vengono a conoscenza di quanto accaduto e pensano di poter recuperare la culla d'oro. Dopo affannose ricerche trovano in fondo ad un crepaccio qualcosa che luccica. Un gruppo di uomini comincia a scavare ma all'improvviso il monte si scuote ed essi scompaiono in un baratro. Anni dopo l'impresa viene ritentata con identico risultato.
Gli abitanti di Oltris decisero allora di desistere e capirono che l'oro si poteva avere con la cura dei greggi e dei campi.

Dal Diario di Benedetti Pietro e Amelia Burba (Curatore: Martinis L. - Gaspari editore 2004)
Eroi dimenticati? La Grande Guerra in Friuli attraverso i diari di Oltris di Ampezzo

[...]
Oltris 4 novembre 1917
In compagnia d’una mia vicina che ha le chiavi di questa casa andai a trovarli come per rappresentare qualche padrone. Ma bisogna dire che questi austriaci son buona gente, invece di dormire nei letti, si sdraiavano attraverso il focolare, come devono essere stati stanchi dormivano come ghiri.
Un Caporal Maggiore mi mostrò diverse fotografie di sua moglie e i suoi bambini, non erano certo brutti, ma mi rassomigliavano tanti bosgnacchi però, mi regalò un fazzoletto ricamato di batista a fiori, e un altro vecchiotto con tanto di barba mi mostrò pure sua moglie, che somigliava molto giovane, siccome capì che dicevo che bella, sorrideva tutto felice di averla per moglie quella bella donnettina e mi diede per circa mezzo kg. di caffè e tre galette, rifiutai in principio, che mi ripugnava accettare roba dei miei nemici, ma poi presi ciò che mi diedero per paura, feci buon viso e cattivo stomaco.
Ma se fossero stati italiani come avrei accettato contenta qualunque cosa, come li avrei invitati casa mia volentieri, come sarei stata felice della loro compagnia, almeno li avrei capiti a parlare, invece non capisco un’acca. Però coi gesti capii che mi dissero, i nemici son là additando i nostri italiani, noi andremo presto a Vicenza, Padova, Mantova, Venezia in pochi giorni a Milano.
Ma fate o Signore che non arrivino a tanto, che anche se è perso questo lembo di terra, ma che il resto venga risparmiato. Inoltre dissero ch’è morto il Generale Cadorna che l’hanno assassinato, ma mi par impossibile questa notizia sia vera, eppure a sentire fa male. Tutto il giorno spezionarono col binocolo i due che erano vicino a me, altri puntavano d’una parte, altri dell’altra, si vedono distesi in catena i nemici e amici nostri cari fratelli e non poter andare con loro, stare a guardarli con questi invasori, volevo fuggire e mi pareva che oggi non potevo muovermi di quella posizione che vedevo ancora italiani. Nelle campagne di Ampezzo si vede ancora tirarsi contro l’un l’altro, pare che giochino di rimpiattino dietro le siepi e gli alberi come ragazzi, ma loro invece fanno fuoco e seminano la morte se possono, come fuggirei volentieri alla parte dell’italiani ma son in numero troppo maggiore i nemici: possono però poco vantarsi di questa loro conquista, hanno fatto chilometri e chilometri l’italiani avanti e loro dietro senza sparare colpo di fucile fin qui. Si può acquistare il mondo intero. Ma i miei patrioti possono vantarsi di avere acquistato Gorizia calcolata inespugnabile hanno acquistato montagne col ferro col fuoco a prezzo di tanto giovine sangue furono lodati dei amici e nemici, sì anche nemici che loro malgrado fecero elogi, è vero si che persero di nuovo, ma prima che sia finita chissà che non prenderanno il sopravento.
L’Italiani si allontanano sempre più, i colpi si sente meno destinti.
Sentii dire da un boemo ch’è morto il nostro amato Re. Che sia vero? Come mi dispiace, pazienza Cadorna, ma il Re no, non posso credere, tanto buono, aveva avuto dispiacere sì per questa ritirata per questa perdita ma morire possibile, mio Dio. Ad Ampezzo oggi i soldati tutti ubriachi. A Verginia e Teresina dettero un ombrellino e un capello per scherzo, sonavano un enorme fonografo in piazza, chi cantava chi mordeva la carne, le vacche intiere in grandi caldaie. Il padre di Teresina a vederla arrivare col capello e ombrello si mise a ridere, disse questa estate quando sentirai la fame che mangerai le scorze di fagiuoli ti manderò a passeggio in capello, noi si rise che si spera di non mangiare quelle cose.
[...]
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